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FUTURO SOSTENIBILE: la comunità al centro della gestione territoriale

L’incontro
promosso dal Network Re.La.Te. e coordinato da alcuni nodi della Rete espressione del
tessuto socio economico territoriale quali l’Associazione Terre del Basso Lazio, l’Associazione Prociv, la
Cooperati va Agricola Sociale Agribombom , l’Associazione OR.T.I.C.A . e la Società Cooperativa 66COOP
vuole essere momento di confronto, analis i e riflessione su alcuni aspetti e nodi tematici del percorso di
sviluppo rurale avviato ne l Lazio Meridionale e promosso da quella vasta ed eterogenea pluralità di attori
che, da alcuni anni, animano Re.La.Te..

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Incontro 13 Febbraio 2026 ore 9:15 Sala Conferenze ADA Frosinone Via Francesco Veccia, 23

FUTURO SOSTENIBILE: la comunità al centro della gestione territoriale.

L’incontro promosso dal Network Re.La.Te. e coordinato da alcuni nodi della Rete espressione del tessuto socio-economico territoriale, quali l’Associazione Terre del Basso Lazio, l’Associazione Prociv, la Cooperativa Agricola Sociale Agribombom, l’Associazione OR.T.I.C.A. e la Società Cooperativa 66COOP–vuole essere momento di confronto, analisi e riflessione su alcuni aspetti e nodi tematici del percorso di sviluppo rurale avviato nel Lazio Meridionale e promosso da quella vasta ed eterogenea pluralità di attori che, da alcuni anni, animano Re.La.Te..

Reti Laboratori e Territori (abbr. Re.La.Te.) è, infatti, un network informale composto da realtà della società civile, associazioni di categoria, da centinaia di aziende (in modo diretto, ma soprattutto attraverso reti d’impresa e associazioni di scopo), professionisti, rappresentanti delle istituzioni, del mondo della ricerca ed enti locali, attivo da anni nella regione Lazio e, più recentemente, in altre regioni.

Il Network anima con continuità la dimensione rurale del Centro Italia, attraversoun approccio “fluido, a geometria variabile e non identitario”;si pone come cinghia di trasmissione tra i vari livelli di governance ed i percorsi socio-economici dei territori, facendo dell’innovazione sociale e della condivisione di saperi e conoscenze la propria mission.Proprio in questa ottica obiettivo prioritario, strettamente correlato ai lavori del 13 febbraio, è il radicamento del Quadruple Helix Model nel Lazio Meridionale

A seguire un veloce abstract  che tocca alcuni dei nodi tematici che verranno approfonditi dai vari relatori.

 ABSTRACT

Le aree interne e i territori cosiddetti “marginali” rappresentano oggi la sfida più complessa, ma anche la riserva di opportunità più preziosa, per il sistema Paese. Non si tratta più solo di contrastare lo spopolamento o di garantire la sopravvivenza di presidi antropici, ma di invertire un paradigma che ha visto, per decenni, la centralità urbana drenare risorse e attenzioni. Questi territori abbisognano oggi di connessioni reali, non solo fisiche, e di “traiettorie praticabili”: percorsi di sviluppo concreti, sostenibili e misurabili, in grado di valorizzare e rafforzare le proprie potenzialità latenti.

È necessario superare la narrazione della “resilienza passiva” per abbracciare quella della progettualità attiva. In questo scenario, il Lazio, e in particolar modo il suo quadrante meridionale, assume un ruolo di laboratorio a cielo aperto per nuove politiche di coesione. Il settore primario rimane la spina dorsale di questi territori, ma non può più essere inteso in senso tradizionale. L’agricoltura deve evolversi verso la multifunzionalità.

L’impresa agricola moderna nelle aree interne diventa presidio idrogeologico, centro di produzione energetica da fonti rinnovabili, luogo di turismo esperienziale e fornitore di servizi sociali (agriasili, fattorie didattiche, agricoltura sociale).

Urge, però, passare da una visione conservativa statica a una gestione attiva e sostenibile del paesaggio rurale.

Chi gestirà queste trasformazioni? Lo Stato non può arrivare ovunque, e il mercato privato spesso non trova convenienti certe aree marginali. Qui si inserisce il ruolo cruciale del Terzo Settore e dell’imprenditoria civica.

L’importanza delle Cooperative di Comunità risiede nella loro capacità di ricucire il tessuto sociale. Sono strumenti giuridici e operativi che permettono ai cittadini di diventare produttori e fruitori di beni e servizi; le cooperative di comunità rappresentano nuove forme ibride di partecipazione e gestione.

Queste realtà non sostituiscono il pubblico, ma lo integrano, generando quel senso di appartenenza che è l’unico vero antidoto allo spopolamento. Favorire la nascita di queste aggregazioni, semplificandone la burocrazia e sostenendone lo start-up, è un dovere politico prioritario.

In particolare in un sistema rurale come il nostro caratterizzato da una parcellizzazione estrema: una frammentazione che non è solo fisica, legata alla dimensione dei fondi, ma è anche sociale e strategica.

Per affrontare queste sfide locali, è necessaria una “lettura globale”. Non possiamo più permetterci di interpretare l’identità di un territorio come un mero perimetro geografico, un confine da difendere. L’identità rurale moderna è, al contrario, “relazione”. È la somma delle interconnessioni tra forme di produzione, forme di socialità e gestione delle risorse. In questo scenario, dove la piccola dimensione rischia di tradursi in irrilevanza economica e isolamento sociale, i commons–le risorse comuni, fisiche e intangibili –emergono non come un nostalgico ricordo di usi civici passati, ma come una formidabile opportunità e una prospettiva concreta di futuro.

Le dinamiche che scaturiscono da questo processo sono necessariamente cooperanti e ibride. Esserichiedono quella che in letteratura viene definita una tuned up multilevel governance(una governance multilivello ben sintonizzata). Non basta l’azione dal basso, e non serve l’imposizione dall’alto: serve un meccanismo di ingranaggi ben oliati che permetta alle istanze locali di dialogare con le strategie regionali ed europee.

Adottare un’ottica sensibile all’interdipendenza tra sistemi sociali ed ecologici significa capire che la salute della comunità rurale è vincolata alla salute del suolo, delle acque e della biodiversità che essa gestisce.

Passare dalla frammentazione alla rete, dal perimetro alla relazione, dalla proprietà esclusiva alla gestione condivisa: questa è la sfida. Le risorse ci sono (fisiche e umane), le comunità sono pronte a riattivarsi. Ciò che serve ora è costruire e legittimare quei “protocolli sociali” e quelle alleanze istituzionali che permettano di trasformare un insieme di particelle catastali in un paesaggio vivente, produttivo e solidale.

Inquesta visione di rigenerazione, il concetto di commons trova una profonda e feconda risonanza nella prospettiva cristiana. I beni comuni non sono solo risorse gestite collettivamente, ma riflettono il principio teologico della destinazione universale dei beni. La terra non è un bene da sfruttare ma un’eredità comune che richiede una responsabilità solidale.

La gestione ibrida nasce dalla presa d’atto di un fallimento strutturale. I regimi tradizionali di proprietà, sia essa pubblica o privata esclusiva, faticano oggi a rispondere alle sfide della contemporaneità. La proprietà pubblica spesso sconta la mancanza di risorse economiche e umane per una manutenzione capillare; la proprietà privata, d’altro canto, è vittima di una frammentazione fondiaria(la cosiddetta polverizzazione) che rende antieconomico qualsiasi intervento di silvicoltura sostenibile su piccola scala.

Se l’associazionismo fondiario risolve il problema “tecnico” della scala dimensionale, le cooperative di comunità rappresentano il cuore pulsante dell’innovazione sociale. Esse incarnano un cambio di paradigma: i cittadini di una comunità smettono di essere spettatori passivi o semplici residenti e si organizzano per diventare produttori e fruitori di beni e servizi.

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Re.La.Te
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