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L’incontro "Futuro sostenibile: la comunità al centro della gestione territoriale", tenutosi presso la Sala Conferenza dell'ADA di Frosinone lo scorso 13 febbraio, ha segnato una tappa fondamentale
nel percorso di sviluppo rurale promosso dal Network Re.La.Te..

L’incontro “Futuro sostenibile: la comunità al centro della gestione territoriale”, tenutosi presso la Sala Conferenza dell’ADA di Frosinone lo scorso 13 febbraio, ha segnato una tappa fondamentale nel percorso di sviluppo rurale promosso dal Network Re.La.Te.. Al centro del confronto, la necessità di invertire il paradigma che per decenni ha visto le aree interne come territori marginali, trasformandole invece in laboratori attivi di innovazione sociale e coesione. Il settore primario, spina dorsale di queste zone, è stato analizzato nella sua evoluzione verso la multifunzionalità: non più solo produzione, ma presidio idrogeologico, centro di energia rinnovabile e fornitore di servizi sociali.
L’obiettivo prioritario resta il radicamento del Quadruple Helix Model, un approccio che vede l’interazione sinergica tra istituzioni, mondo della ricerca, imprese e società civile.
L’iniziativa è stata coordinata da una rete di realtà territoriali di eccellenza, tra cui l’Associazione Terre del Basso Lazio, l’Associazione Prociv Centro Italia, la Cooperativa Agricola Sociale Agribombom, l’Associazione OR.T.I.C.A. e la Società Cooperativa 66COOP.
Dalla profondità degli interventi è emersa con forza una consapevolezza comune: le sfide della contemporaneità non possono essere affrontate in modo isolato. I regimi tradizionali di proprietà e gestione, sia pubblici che privati, mostrano oggi i loro limiti strutturali di fronte alla
frammentazione fondiaria e alla scarsità di risorse. In questo scenario, è apparsa chiaramente l’urgenza di avviare un lavoro condiviso, cooperativo e sinergico. Solo attraverso una gestione ibrida e il superamento della “resilienza passiva” a favore di una “progettualità attiva” è possibile generare percorsi di sviluppo concreti e misurabili.
Durante la giornata, ogni relatore ha sviscerato queste tematiche da prospettive e visioni differenti, arricchendo il dibattito con angolazioni specifiche. Si è parlato del valore teologico e civile dei “beni comuni” come eredità collettiva e non solo risorsa da sfruttare; della funzione tecnica e sociale dell’associazionismo fondiario per risolvere il problema della scala dimensionale degli interventi; e del ruolo delle cooperative di comunità, descritte come il cuore pulsante dell’innovazione, capaci di trasformare i residenti da spettatori passivi a protagonisti attivi della produzione di beni e servizi per il territorio.
L’apertura dei lavori è stata affidata a Matteo Salvadori, coordinatore del Network Re.La.te., il quale ha delineato la ruralità come una frontiera di sperimentazione socio-economica all’insegna della condivisione. Salvadori ha sottolineato la necessità di implementare “nuove forme di produzione, di socialità, di relazione e nuove forme di vita” attraverso una progettazione che nasca direttamente dal basso. Un punto cruciale del suo intervento ha riguardato il recupero dei terreni abbandonati, che vanno affrontati come potenzialità e non solo come problemi, auspicando “una nuova forma di gestione, una gestione ibrida tra pubblico e privato all’insegna del comune”. In questo contesto, i cosiddetti Commons rappresentano, secondo il coordinatore, “una delle traiettorie da seguire partendo dalla relazione e dalle cooperative di comunità”.
Forte l’intervento di Daniele Bruno Del Monaco, responsabile di LegaCoop Agroalimentare Lazio, che ha richiamato l’attenzione sul declino demografico della Provincia di Frosinone. Nei prossimi cinque anni, ha spiegato, il territorio rischia di perdere circa 22.000 abitanti, equivalenti a una città di medie dimensioni come Anagni o Ceccano. Una sfida che impone un cambio di paradigma: non più una provincia da proteggere, ma un luogo da scegliere per vivere. La proposta è quella di un’economia civile in cui la comunità torni protagonista, riappropriandosi del proprio ruolo e valorizzando il genius loci come leva di sviluppo endogeno.
L’On. Aldo Patriciello (PPE) attraverso un videomessaggio, ha arricchito il dibattito portando la questione su una scala europea e interregionale, evidenziando come il futuro del Centro Italia dipenda dalla capacità di fare rete tra territori contigui. Secondo l’Eurodeputato, è necessario un cambio di paradigma radicale: le aree interne non devono più essere percepite come una problematica legata all’isolamento o al declino, bensì come una straordinaria opportunità di crescita sostenibile. Il cuore di questo riscatto risiede nella valorizzazione dei “saperi dei territori”, quel patrimonio di competenze tradizionali, artigianali e agricole che, se messe a sistema, possono diventare il vero motore dello sviluppo locale e della competitività regionale.
In questa ottica di promozione e diffusione di nuove visioni, l’On. Patriciello ha accolto con entusiasmo la proposta da parte del Network Re.La.Te. di organizzare un’iniziativa di approfondimento in collaborazione con l’emittente Coffee TV. L’evento, che mira a dare risonanza ai temi della gestione comunitaria e della sostenibilità, si terrà presso l’Università degli Studi del Molise, terra d’origine dell’Onorevole. Nel corso del dibattito è emersa la necessità di superare il tradizionale dualismo tra crescita economica e benessere sociale, promuovendo un modello di gestione territoriale che integri lasalvaguardia ambientale con nuove forme di economia civile.
L’intervento di Monsignor Giandomenico Valente ha elevato il dibattito su un piano etico e valoriale, offrendo una visione sistemica del territorio inteso non come un insieme di risorse da sfruttare, ma come un’eredità comune che richiede una responsabilità solidale. Richiamando il modello della “quadrupla elica”, Monsignor Valente ha sottolineato come la condivisione e il “compartir” siano tratti costituenti imprescindibili per un sistema socio-economico che voglia dirsi realmente inclusivo e sostenibile. Il passaggio più profondo e accorato del suo discorso ha riguardato il destino delle aree interne: Monsignor Valente ha rivolto un invito solenne ad abbracciare uno spirito di non rassegnazione di fronte allo spopolamento e alla marginalità. Ha chiarito che la sfida cruciale non è solo demografica, ma culturale: prima ancora delle persone, è necessario attivare una ripopolazione di idee, di visioni e di energie creative. Solo attraverso questo rinnovamento del pensiero e un approccio ibrido e cooperante, la comunità può tornare a essere il centro pulsante della gestione territoriale, trasformando la cura del bene comune in una missione collettiva che vince il silenzio dell’abbandono.
Un approccio che si traduce operativamente in azioni sinergiche che partono dal monitoraggio rigoroso e dall’informazione. In questo ambito, Tullio Fabrizio (Presidente della Società Cooperativa 66COOP) ha illustrato il valore del progetto “Bosco e Sottobosco”, un’iniziativa strategica volta a mappare e conoscere a fondo le risorse dei territori rurali. Parallelamente, attingendo dalla sua esperienza all’interno dell’ATC Caccia di Frosinone, Fabrizio ha aperto un secondo asse di riflessione sulla fauna selvatica: una criticità che, se gestita attraverso modelli di caccia controllata e sostenibile, può trasformarsi in una risorsa preziosa per le filiere alimentari locali. A questa cura operativa del paesaggio si affianca la necessità di preservarne l’identità profonda, tema approfondito da Ernesto Migliori (Consigliere Nazionale Associazione PRIS). Il paesaggio è stato descritto come un’eredità stratificata di civiltà che hanno saputo organizzare il territorio rispettando i limiti degli ecosistemi; contro l’omogeneizzazione della standardizzazione tecnica, Migliori ha richiamato il valore della biodiversità e della memoria storica — citando gli oliveti terrazzati di Vallecorsa — come baluardo di resilienza per quei territori che sopravvivono grazie alla capacità degli uomini di interpretarne le potenzialità.
La rigenerazione di questi spazi trova compimento nel loro riutilizzo funzionale: Carlo Trelle
(esperto agroforestale) ha indicato nel turismo lento e nella riscoperta dei cammini la chiave per restituire centralità alle aree montane, trasformando l’isolamento in un’opportunità di fruizione consapevole. Infine, la sostenibilità del territorio si salda indissolubilmente con quella sociale attraverso il contributo di Patrizio Di Folco (ANCI). Forte della sua esperienza di amministratore locale, Di Folco ha ribadito l’urgenza di un’integrazione gestionale ibrida tra pubblico e privato, l’unica capace di sostenere imprese di comunità in grado di generare welfare territoriale, integrare le persone fragili e restituire un valore etico e produttivo ai beni confiscati. In questo quadro, la comunità non è più solo fruitrice, ma diventa custode responsabile e motore pulsante di un nuovo futuro territoriale.
Il dibattito ha tratto linfa vitale dal contributo istituzionale di Giuseppe Cangemi (Vicepresidente del Consiglio Regionale del Lazio), il quale ha posto l’accento sulla necessità di un processo amministrativo capace di agire come collante tra i diversi attori del territorio. La sfida, secondo Cangemi, risiede nel definire obiettivi e modalità che sappiano tenere insieme, in una visione comune e non frammentata, le attività produttive, le istituzioni locali e la società civile. In quest’ottica, il Consiglio Regionale si è impegnato a fornire un supporto concreto e costante alle prossime proposte, riconoscendo che solo attraverso una sinergia tra governance politica e fermento territoriale si può garantire una reale continuità ai progetti di sviluppo.
Spostando il focus sulle filiere produttive come strumenti di rigenerazione, Marco Sarandrea ha portato la preziosa testimonianza della storica distilleria ed erboristeria di famiglia, focalizzandosi sulla filiera delle erbe officinali. Per Sarandrea, il recupero delle antiche colture e la valorizzazione della flora spontanea non rappresentano solo un ritorno alla tradizione, ma una strategia economica moderna per il recupero di aree altrimenti abbandonate. La filiera delle officinali diventa così un modello di “economia del benessere” capace di unire la salvaguardia della biodiversità alla creazione di prodotti ad alto valore aggiunto, radicati nell’identità del Lazio.
Sulla stessa linea di analisi, Andrea Di Vecchia (già ricercatore del dipartimento di bioeconomia del CNR) ha approfondito le dinamiche della filiera olivicola, pilastro fondamentale dell’agroalimentare del basso Lazio. L’intervento ha evidenziato le criticità comuni che affliggono i produttori nei diversi territori, analizzando come la suddivisione e l’azione dei vari GAL (Gruppi di Azione Locale) possano e debbano incidere per superare la frammentazione. Di Vecchia ha sottolineato che solo attraverso una visione di filiera integrata, che affronti nodi logistici e strutturali condivisi, è possibile trasformare la produzione olearia da semplice attività agricola in un sistema territoriale resiliente e competitivo sui mercati nazionali e internazionali.
L’intervento del Prof. Luigi Di Santo (direttore scientifico Scuola La Pira e docente UNICAS) ha evidenziato come le imprese di comunità rappresentano modelli ibridi capaci di coniugare gestione for profit e finalità sociali, trasformando la crisi delle zone marginali in opportunità di sviluppo generativo. Queste realtà fondono i principi dell’economia civile, all’innovazione e dell’ecologia per creare valore condiviso e beni comuni. Un asse portante è il welfare territoriale, che vede nel riscatto di persone fragili e nell’uso etico dei beni confiscati alla criminalità un simbolo di rinascita e legalità. Il modello proposto supera il dualismo tra crescita economica e benessere sociale, suggerendo nuovi parametri per misurare la sostenibilità e orientare le politiche di sviluppo locale.
Un ruolo strategico è affidato all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, come sottolineato dal Prorettore alla Ricerca Carlo Russo. L’Ateneo intende porsi come facilitatore dei processi di sviluppo, offrendo competenze e visione strategica ogni volta che si affronta il tema del futuro dei territori. Al centro dell’impegno accademico c’è la valorizzazione del patrimonio di connessioni e del capitale immateriale che caratterizza il territorio del Lazio Meridionale. L’obiettivo è accompagnare le comunità in un percorso condiviso di crescita, fondato sulla collaborazione, innovazione e senso di appartenenza.
Le conclusioni dell’evento sono state affidate a Davide Frecentese, Presidente dell’Associazione Terre del Basso Lazio, nodo del Network Re.La.Te., il quale ha raccolto e sintetizzato i numerosi spunti emersi durante la giornata. Frecentese ha evidenziato come il confronto abbia permesso di analizzare il territorio attraverso prospettive diverse ma profondamente convergenti: seppur partendo da angolazioni differenti, tutti gli interventi hanno condiviso obiettivi comuni che ora richiedono uno sforzo di sintesi per essere tradotti in un piano d’azione concreto e “messo a terra” in modo integrato. In questo contesto, il Network Re.La.Te. si è assunto l’impegno di agire come catalizzatore per consolidare quel percorso ibrido e condiviso che costituisce l’humus indispensabile per la crescita del Lazio Meridionale. Secondo Frecentese, il vero potenziale di sviluppo risiede proprio in quelle aree non antropizzate o abbandonate, troppo spesso dimenticate e in alcuni casi addirittura deturpate: questi spazi devono diventare un campo di sperimentazione privilegiato per l’innovazione sociale, dove testare nuovi modelli di gestione comune e ibrida capaci di restituire vita e valore al territorio.